Reportage di la Repubblica (09.11.2017)

Posted by on Nov 13, 2017 in News dal Mondo | Commenti disabilitati su Reportage di la Repubblica (09.11.2017)

Reportage di la Repubblica (09.11.2017)

La voglia di rinascita di Aleppo martoriata nelle mani di chi aiuta il futuro dei bambini

 

«DALLA PRIMA DI CRONACA
DAL NOSTRO INVIATO
BENEDETTO FERRARA

Ela cittadella fortificata, che ha resistito per secoli a ogni assalto nemico, quella che all’alba di un ennesimo giorno di morte stava per abbassare la testa, coi nemici che salivano da est e si erano appostati cinquanta metri più in là. Lei ce l’ha fatta. Ha resistito. Lunghi mesi senza acqua e senza elettricità. Fame, sete. L’acquedotto era stato fatto saltare, il Qauiq, il fiume della storia, della vita e dell’orgoglio, era diventato un piccolo serpente. Morto anche lui, ucciso da una battaglia che non finiva mai. Eppure Aleppo teneva duro. Voleva vivere. Quella protesta di piazza in nome di diritti civili e di quella voglia di democrazia che aveva contagiato i giovani arabi nella loro appassionata primavera, qui era diventata solo un’illusione suicida e la loro più grande sconfitta. Un sogno prima derubato e poi stuprato da chi voleva imporre la morte per conto di altri interessi. L’esercito libero sparava gli ultimi colpi di quella rivoluzione impossibile. Poi sono arrivati quelli di Daesh. E di Al-Qaeda, e i foreign fighters da un lugrube ovunque. Ceceni, tanti. Sparavano le bombole del gas piene di chiodi ed esplosivo, quelle azzurre, quelle che nelle cucine di quei palazzi servivano per scaldare il cibo per i bambini.

Il pranzo, la cena, la vita di tutti i giorni. E poi solo paura, e fuga. Mortai rudimentali che lanciano i colpi sulle finestre, vite sventrate come quei muri bruciati dal fuoco delle bombe. Il quartiere di Midan lascia brillare le sue gigantesche macerie al sole dell’autunno siriano. Qui i jihadisti hanno provato a sfondare nel centro della città. Qui si è combattuta una battaglia fatta di fuoco, di missili e poi di aerei russi che sganciavano le loro bombe. Ahmed ha diciassette anni, viveva qui. Ora è custode di questi cinque isolati di vuoto e di dolore. Midan oggi sembra un tempio post atomico, una scenografia per un Bladerunner 2017, che di fantascientifico non ha niente. Un divano verde per riposare. Un materasso lurido per dormire. «Non ho più nulla», dice Ahmed, «Non ho più nessuno», aggiunge mentre incredibilmente si strappa un sorriso da quella faccia scavata e timida che giorno e notte fa i conti con ciò che era e ciò che non è più. Un campo da pallacanestro sfondato, mille foto di bambini sparse sul cemento. Due banchi, una lavagna. E ancora silenzio. Il sugar store è un capannone immenso, fino a nove mesi fa era il quartier generale di Daesh. Le bandiere verdi dei curdi oggi indicano la zona in mano all’Ypg, che controlla il 5 per cento di Aleppo est. La linea del fronte è disegnata sull’asfalto scosso di Suq Al-Hal street. Centomila morti, quasi due milioni di rifugiati nei campi profughi appena oltre il confine col Libano. Qui i giorni non avevano pietà di nessuno, e bastava un attimo: un rumore sordo, a spezzare vite e sorrisi. Bassam aveva otto anni, ed è diventato il simbolo di quasi duemila giorni di paura e di morte. Giocava con i suoi compagni in un cortile. Rideva, inseguiva un pallone. Un cecchino ha preso la mira e Bassam è caduto a terra. Nemmeno il tempo per un grido. «La nostra vita è finita lì. Lui era la nostra gioia. Lui da quel giorno è andato via». Il padre di Bassam ha gli occhi gonfi. Le foto del figlio che sorride appese al muro sono ciò che resta, oltre l’immensa dignità. La sua e quella di sua moglie, mentre il nonno si sforza di tenere la postura fiera del coraggio e gli occhi puntati più in là. «Capisco il dolore di mio figlio, Bassam ci mancherà per sempre, ma la vita deve andare avanti ». Nella semplicità di queste parole gonfiate da una forza senza limiti c’è tutto il sentimento che serve per provare a ricominciare. Poi guardi la nuca del piccolo Abdu, ha un buco proprio lì. Camminava in strada tenendo per mano il padre. Due spari. Il padre è morto sul colpo, lui è andato in coma e nessuno credeva che si sarebbe salvato. Invece è qui, che prova a camminare seguito da un medico volontario dell’associazione “Mano nella mano”. La direttrice si chiama Zeinab, è una donna alta dai lineamenti profondi e dagli occhi che raccontano l’essenza della forza interiore. «Qui lavoriamo per inserire bambini e ragazzi disabili nella scuola. Durante la guerra sono arrivati tantissimi bimbi mutilati. Le mine, i cecchini, le bombe. Molti di loro sono orfani. Qui costruiamo protesi, sedie per disabili, stampelle costruite coi tubi dell’acqua. L’embargo ha reso difficile l’approvvigionamento di medicine e di molti materiali indispensabili ». “Mano nella mano” riceve aiuti anche dalla Toscana, dove la Fondazione “Il cuore di scioglie” promuove e sostiene un progetto dell’Arci e, attraverso la fondazione Giovanni Paolo II, uno dei francescani, che durante la guerra sono stati punto di riferimento per tanti aleppini in cerca di rifugio e dei tantissimi bambini rimasti soli. «Stiamo preparando un progetto per aiutare questi orfani a uscire dai traumi della guerra attraverso l’arte e la musica. Molti di loro hanno perso tutto e la pace non l’hanno mai conosciuta. Molti sono figli dei terroristi passati di qui e di donne violentate lungo la strada e finite chissà dove». Parla Firas, frate francescano da sempre in gioco per le strade di Aleppo. Un missile è arrivato anche sul suo collegio, ancora oggi centro ricreativo a disposizione della città. Diana invece è finita sotto le macerie del tetto di casa sua. Guardava la tv, appena tornata dal lavoro, era serena. Poi quel missile. È salva per miracolo. Quindici operazioni per provare a ritrovare se stessa, ma la strada è ancora lunga. «Ce la farò, io voglio riuscire a vivere una vita normale». Aleppo è macerie e voglia di rinascita. Durante la guerra quella strada segnava il confine tra la vita e la fine di tutto. Ahmed continua a fare la sentinella alla polvere e ai resti di un passato distrutto per sempre. La faccia di Assad ti sorveglia dai grandi manifesti appesi ogni trenta metri di cammino. Quell’ingenuo sogno di Primavera ha perso due volte. E quei figli dell’utopia sono spariti: morti, risucchiati chissà dove, scappati altrove. Ma Aleppo adesso vuole solo ripartire. Il futuro è nelle mani forti di chi lavora per dare un domani a tutti quei bambini che vogliono solo giocare, studiare e crescere. Loro hanno diritto a una vita diversa. In nome della pace. In nome del piccolo Bassam.

 

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