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News dal Mondo

Scuole d’arte per rifare la rivoluzione a Cuba

Bellezza per tutti e creatività senza limiti nella lussureggiante natura tropicale. La straordinaria esperienza iniziata nel 1961 con la trasformazione dell’esclusivo Country Club nel più importante centro di alta formazione (gratuito) del Latinoamerica. Un sogno incompiuto. O quasi

Alcune cele­bri foto di Korda mostrano Fidel Castro e Che Gue­vara, entrambi in (divisa) verde olivo, impe­gnati in una par­tita di golf. Nei loro sguardi si legge l’ironia, quasi l’ilarità della situazione: due guer­ri­glieri bar­buti e vit­to­riosi nel greeen dove fino a un paio di anni prima si rilassa­vano solo i mem­bri delle più facol­tose fami­glie cubane assieme a ric­chis­simi stra­nieri e, magari, a noti espo­nenti della mafia nordamericana. La loca­tion delle foto era infatti il Coun­try Club, il cir­colo più esclu­sivo dell’Avana, dove nem­meno il pre­si­dente Ful­gen­cio Bati­sta era ammesso, per­ché mulatto. Quel volto but­te­rato del dit­ta­tore, così ordinariamente cubano, e la sua pro­pen­sione alla vio­lenza e alla tor­tura apprez­zate a livello poli­tico dagli yan­kees, sto­na­vano in quella spe­cie di para­diso terrestre.

Era il 1961, Fidel e il Che inten­de­vano dimo­strare che la Rivo­lu­zione si impos­ses­sava anche dell’esclusivo club cir­con­dato da una lussureggiante vege­ta­zione tro­pi­cale. Per tra­sfor­marlo, da luogo di privilegianti nel più impor­tante cen­tro cul­tu­rale dell’America latina, dove migliaia di studenti del terzo mondo, latinoamericani, afri­cani, asia­tici, gratuitamente avreb­bero potuto trasformarsi in arti­sti. Il Coun­try Club, decise Fidel, sarebbe stato nazionalizzato per ospi­tare «le più belle scuole d’arte».

Nes­sun vin­colo estetico

Il com­pito di rea­liz­zare il pro­getto fu affi­dato a tre archi­tetti, Ricardo Porro, Vit­to­rio Garatti, Roberto Got­tardi, il primo cubano, gli altri due ita­liani, tutti poco più che tren­tenni, con­vinti soste­ni­tori della rivo­lu­zione cubana. Non fu posto loro alcun vin­colo este­tico, nes­suna com­mis­sione che esa­mi­nasse i pro­getti e met­tesse l’imprimatur, nem­meno un limite alle spese. Unica con­di­zione, i tre archi­tetti dove­vano uti­liz­zare i mezzi e i mate­riali che Cuba met­teva a dispo­si­zione, per­ché non si poteva spre­care denaro per impor­tarne. Una sfida da far tre­mare i polsi ad archi­tetti con grande espe­rienza, scuole bel­lis­sime, autar­chi­che e da rea­liz­zarsi in tempi veloci per­ché la rivo­lu­zione aveva fretta, aveva appena scon­fitto il ten­ta­tivo di inva­sione nella Baia dei porci pro­get­tato dalla Cia e doveva mostrare subito al mondo i risul­tati, poli­tici (cam­pa­gna di alfabetismo, riforma agraria) e cultural-sociali.

Così, ha ini­zio un’esperienza straor­di­na­ria, pro­ba­bil­mente senza pre­ce­denti, in totale asso­nanza con una rivo­lu­zione che pro­cla­mava pos­si­bile l’utopia di una nuova società — e dell’uomo nuovo — gra­zie a un volon­ta­ri­smo che fon­deva pro­getto e pra­tica. Lo stesso accadde nei can­tieri del Coun­try Club. Come rac­conta Got­tardi, i canoni clas­sici ven­nero total­mente scon­volti, non vi fu un pro­getto com­ple­tato e pre­sen­tato a una com­mis­sione desi­gnata per appro­varlo o meno, e le opere non furono com­ple­tate prima di essere uti­liz­zate. «Tutto avvenne in con­tem­po­ra­nea», afferma l’architetto. In un’esplosione, certo un poco cao­tica, di crea­ti­vità. Gli archi­tetti ini­zia­rono i lavori subito dopo aver messo a punto poche piante delle scuole; di notte dise­gna­vano, il giorno costrui­vano e intanto gli stu­denti, che abi­ta­vano e stu­dia­vano nelle case adia­centi ai can­tieri — abban­do­nate dagli ex mem­bri del club, fug­giti all’indomani del trionfo della rivo­lu­zione — con­tri­bui­vano alla costru­zione con il lavoro volon­ta­rio. «Anch’io, come gli altri due archi­tetti, vivevo nel club, la mat­tina mi pre­sen­tavo al can­tiere con un pla­stico spie­gavo agli ope­rai e agli stu­denti le scelte archi­tet­to­ni­che e ci mettevamo al lavoro».

panorama-256x182Nascono così le cin­que scuole, Tea­tro, Musica, Danza moderna e Danza clas­sica, Arti pla­sti­che. Ogni archi­tetto ci mette di suo, dei suoi studi, delle sue espe­rienze pre­ce­den­ti e del suo rap­porto con Cuba e la sua cul­tura. Grande col­lante, è l’idea di inse­rire le scuole nella natura, tro­pi­cale, pro­fu­mata e avvol­gente. E l’uso del lat­te­ri­zio come com­po­nente fon­da­men­tale. Le carenze, poco cemento e poco ferro a dispo­si­zione — nel 1962 ini­zia l’embargo uni­la­te­rale con­tro Cuba decre­tato dagli Usa e tut­tora in vigore, nono­stante Obama — inci­tano a idee nuove. La volta cata­lana – quella utiliz­zata da Gaudí a Bar­cel­lona– viene scelta come solu­zione per illu­mi­nare grandi spazi limi­tando l’uso di cemento armato. Got­tardi prov­vi­so­ria­mente uti­lizza il mat­tone anche per i sedili delle sue aule (anche se il pro­getto finale pre­vede solu­zioni «più comode»). Il colore caldo del laterizio, le curve delle volte cata­lane, la sinuo­sità delle costru­zioni che entrano e avvol­gono piante e alberi (Garatti), la sen­sua­lità che viene dalla com­ponente negra dell’ajaco cubano (Porro), le aule aggrup­pate in una col­li­netta, ognuna col suo tetto, con­ver­genti verso il basso dove il tea­tro mul­tifunzionale attende gli allievi (Got­tardi) creano un com­plesso unico.

Un libro sull’avventura

cubaAlla straor­di­na­ria avven­tura dei tre archi­tetti è dedi­cato il libro “Cuba, scuole nazio­nali d’arte“, edito da Skira e curato da Clau­dio Machetti, Gian­luca Men­gozzi e Luca Spi­toni, pre­sen­tato alla 23ma Fiera del libro dell’Avana. Un volume che rac­co­glie le inter­vi­ste dei tre archi­tetti assieme a inter­venti di poli­tici, archi­tetti, intel­let­tuali e arti­sti cubani e for­nito di una ampia docu­men­ta­zione foto­gra­fica e gra­fica, oltre a un cd rea­liz­zato dal regi­sta Fran­ce­sco Apol­loni e tito­lato “Un sueño a mitad“.

A metà, secondo il regi­sta, per­ché nel 1965 i can­tieri ven­gono pra­ti­ca­mentte con­ge­lati, quando solo la Scuola d’arte pla­stica e quella di Danza moderna sono pra­ti­ca­mente con­cluse, le altre solo in parte costruite. La rivo­lu­zione ha altre prio­rità, la crisi dei mis­sili del 1962 –quando venne sfio­rata una nuova guerra mon­diale– aveva con­se­gnato Cuba al rea­li­smo socia­li­sta, ali­men­tato dall’abbraccio dell’Unione sovie­tica. La bel­lezza lascia il posto all’architettura di massa — case popo­lari per cen­ti­naia di migliaia di cubani e non solo, vi saranno da ospi­tare anche le migliaia di esuli che fug­gono le dit­ta­ture dei vari Pino­chet e Videla – la crea­ti­vità viene sosti­tuita dalle costru­zioni a moduli impor­tate dall’Urss. Quei palaz­zoni in cemento, tutti uguali, di cin­que piani – il mas­simo di altezza senza ascen­sore — che a Mosca ven­gono chia­mate kru­scio­vke, dal nome del segre­ta­rio gene­rale del par­tito comu­ni­sta sovie­tico Nikita Kru­sciov che incre­mentò l’edilizia popo­lare sovie­tica (lo stesso che trattò il ritiro dei mis­sili made in Urss da Cuba) ven­gono dis­se­mi­nati nell’isola. E i cubani le defi­ni­scono «zuppa di blocchi».

La rivo­lu­zione si doveva difen­dere, i cubani dove­vano avere case, scuole in ogni paese, anche il più sper­duto, poli­cli­nici e ospe­dali. Le “prio­rità” erano con­crete. Pro­ba­bil­mente adot­tate a malin­cuore, come misura neces­sa­ria alla soprav­vi­venza, dal ver­tice poli­tico. Ma come accadde anche nell’Urss, quando la Grande uto­pia dei Tatlin, Male­vic, Rod­cenko, Papova fu prima mar­gi­na­liz­zata, poi duramente repressa da Sta­lin e infine, con i buro­crati di Brez­vev, sosti­tuita dalla soz-art, dal rea­li­smo socia­li­sta, anche a Cuba i tre archi­tetti furono accu­sati di individualismo, eli­ti­smo e altri ismi. Il periodo della crea­ti­vità sem­brava se non con­cluso, almeno con­ge­lato. A livello nazio­nale si impo­sero «le nor­ma­tive ten­denti alla standardizzazione su scala nazio­nale», sostiene (nel suo inter­vento nel libro) l’architetto Mario Coyula e «l’autorità dell’architetto passò dal pro­get­ti­sta ai costrut­tori inve­sti­tori». Le Scuole d’arte (Ena) continuarono a essere uti­liz­zate, eccetto quella di Bal­letto clas­sico e musica, così com’erano. Anzi, negli anni ’70 furono pro­mosse a uni­ver­sità, Isti­tuto supe­riore d’arte, Isa. Ma quelle scuole non con­cluse furono non solo lasciate in balia del tempo e della natura, ma anche oggetto di veri e pro­pri vandalismi e saccheggi.

Solo nel 2000, dopo l’implosione dell’Urss e la caduta di tutti i socia­li­smi reali dell’Est euro­peo e dopo che, con­trad­di­cendo tutte le pre­vi­sioni, Cuba era riu­scita a soprav­vi­vere man­te­nen­dosi socia­li­sta e indi­pen­dente, Fidel decise che doveva essere ripreso e con­cluso il pro­getto delle Scuole d’arte. Anche que­ste, nelle inten­zioni del lea­der maximo, face­vano parte dell’utopia fon­da­tiva della rivo­lu­zione cubana. Il sogno, quello della rivo­lu­zione che pro­duce anche bel­lezza oltre che cul­tura «per gli umili» e non solo per i ric­chi e il con­sumo, quel sogno doveva essere ripreso. I tre archi­tetti ven­nero richia­mati per con­clu­dere i lavori delle scuole che per quarant’anni erano rima­ste incon­cluse. Ma la realtà aveva for­te­mente cor­roso, assieme all’utopia, anche i suoi pro­dotti. «L’opera di rico­stru­zione, più che di com­ple­ta­mento esi­geva sfide e risorse troppo grandi: recu­pero dei mate­riali ori­gi­nari di costru­zione, sosti­tuiti da quelli uti­liz­zati dalla moderna tec­no­lo­gia indu­striale, siste­mare il fiume Quibù che attra­versa il ter­reno delle scuole, spesso inon­dan­dolo»; «Oltre al restauro della Scuola di arte pla­stica impli­cava con­clu­dere quella di tea­tro, recu­pe­rare quella di danza e sal­vare il mai uti­liz­zato lom­brico della scuola di musica».

Un anno prima il World Monu­ments Fund aveva inse­rito le scuole d’arte dell’Isa nell’elenco dei cento monu­menti del mondo da sal­vare. L’unico i cui archi­tetti fos­sero ancora in vita. I finan­zia­menti per un restauro ed even­tuale completamento pare­vano a por­tata di mano. I tre archi­tetti si misero di nuovo al lavoro per com­ple­tare le scuole con nuovi pro­getti. Ma nel 2001 il pre­si­dente George Bush (figlio) aveva ina­sprito le san­zioni con­tro Cuba bloc­cando ogni invio di fondi. E le risorse del governo cubano non lascia­vano molte spe­ranze: nel 2008 è stato com­ple­tato il restauro della Scuola d’arte pla­stica, nel 2009, dopo che due cicloni ave­vano deva­stato l’isola, il governo blocca i fondi che non siano desti­nati a abitazioni.

Una ferita ancora aperta

Se un sogno lasciato a metà può cau­sare males­sere e tri­stezza o rim­pianti, l’utopia non ammette fra­zioni. Per que­sta ragione l’incompletezza delle Scuole d’arte è una ferita ancora aperta. Ancor oggi l’Isa vive in una sorta di limbo nel quar­tiere resi­den­ziale di Cuba­na­can uti­liz­zando sia le due scuole ristrut­tu­rate, sia le due incom­plete (quella di bal­letto è inutilizzata e cono­sciuta come «le rovine») più una serie di ser­vizi. Per poterla visi­tare è neces­sa­rio uno spe­ciale per­messo. Il libro voluto dall’Arci, Cuba, Scuole nazio­nali d’arte, è stato pre­sen­tato alla Fiera del libro, ma non ne è stata (ancora) per­messa la vendita.

Nel con­tempo, però,viene tri­bu­tato un rin­no­vato omag­gio agli archi­tetti – il 7 marzo è stata inau­gu­rata all’Avana una mostra dei lavori di Vit­to­rio Garatti — e si spera che, magari con con­tri­buti euro­pei o ita­liani (due anni fa Garatti e Got­tardi sono stati deco­rati dal pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano con l’Ordine al merito della Repub­blica d’Italia) i due archi­tetti pos­sano com­ple­tare le loro scuole in base ai nuovi pro­getti, che con­ti­nuano ad attua­liz­zare. Per loro infatti il sogno delle scuole non è rima­sto a metà. «Più che la com­piu­tezza delle opere, importa che l’Istituto supe­riore d’arte abbia svolto e con­ti­nui a svol­gere la sua fun­zione, ovvero “pro­durre” arte, for­mare, pit­tori, scul­tori, attori, bal­le­rini, con un inse­gna­mento gra­tuito e di qua­lità», sostiene Garatti.

Fonte: ilmanifesto.it

Articolo di Roberto Livi, pubblicato il 17 maggio 2014

Foto (dall’alto)

Ingresso della Scuola di arte plastica © Alberto Reyes per il libro “Cuba, Scuole Nazionali d’Arte” (Skira)

Scuola di Danza Clas­sica vista dall’alto (Stu­dio Garatti)

Copertina del libro “Cuba, Scuole Nazionali d’Arte”