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News dal Mondo

Cuba, il nuovo volto dell’Avana

Il primo McDonald’s aprirà al Malecón o in Plaza de la Revolución? Il tormentone del momento rimbalza dai vicoli dell’Avana vecchia alle ville déco di Miramar. È lo slogan disincantato del nuovo corso che ha riaperto le porte agli Stati Uniti. E che spinge Alex Castro, figlio e fotografo ufficiale del líder máximo, a immaginare perfino l’imminente apertura a Cuba di fabbriche di Coca Cola, per oltre 50 anni un simbolo del vituperato capitalismo.
All’aeroporto le procedure di ingresso si sono snellite. Sul passaporto vengono apposti dopo decenni i timbri: chi viene a Cuba e poi rientra negli Usa non è più un potenziale sovversivo per i doganieri americani. L’unica preoccupazione è Ebola: controllati i viaggiatori provenienti dall’Africa. I tassisti privati, fiutando il vento, rimettono a lucido i residuati americani (Ford, Buick, Studebaker) sopravvissuti alla rivoluzione, si infilano cappelli texani in testa e portano in corteo lungo il Malec ó n le torme di turisti yankee (80 mila l’anno fino al dicembre scorso, probabilmente 3-4 milioni dopo il disgelo) per un pellegrinaggio della memoria che sa tanto di Disneyland. La gita si conclude in piazza della Cattedrale, dove anche qui fiorisce il mercato delle aste per i selfie. O nel triangolo delle bevute dove era solito sbronzarsi Ernest Hemingway, vorace consumatore di mojitos e daiquiri alla Floridita, alla Bodeguita del Medio e all’hotel Ambos Mundos in cui alloggiò.

TURISMO DELLA NOSTALGIA

Cuba è una terra ancora vergine, un impasto non del tutto contaminato di socialismo e caraibismo, agli occhi dei turisti yankee. Interessati però non tanto alle conquiste del castrismo quanto a reimpadronirsi delle atmosfere della loro influenza politica e culturale dissoltasi nel 1959 con la cacciata di Fulgencio Batista. È il turismo della nostalgia. Un anziano ingegnere di Seattle, che aveva visitato Cuba prima dell’avvento di Fidel, si spinge a piedi fino alla Oficina de Intereses Estatounidenses (l’ambasciata ufficiosa) nella speranza prematura di veder sventolare la bandiera a stelle e strisce ammirata qualche ora prima sul pennone dell’Hotel Esplanade (dove abitualmente risiedono i negoziatori americani). Sul piazzale, in cui nei tempi della Guerra Fredda si alzava una selva di stendardi neri per oscurare le scritte luminescenti selezionate dai diplomatici di Washington nel tentativo di scavalcare la censura, il tempo è ancora sospeso. Non c’è traccia di vessilli ma intanto è scomparso pure il cartoon irriverente che si faceva beffe del “nemico yanqui” sbattendogli in faccia la scritta “noi cubani non abbiamo alcuna paura”: il muro è completamente sbriciolato.
La svolta storica del 17 dicembre, la data in cui Washington e L’Avana hanno annunciato di voler ripristinare i rapporti diplomatici interrotti nel 1962, ha provocato una scossa di euforia che induce i sognatori a fantasticare per l’isola un futuro magnifico. L’Avana si predispone all’invasione americana mostrando un volto sorridente. La liberalizzazione di oltre duecento mestieri che ha creato negli ultimi anni un piccolo esercito di cuentapropistas (imprenditori privati) le sta togliendo la patina di polverosità terzomondista. Aprono a getto continuo ristoranti, bar e negozi di lusso. L’incalzare del dialogo fra le autorità che si guardavano in cagnesco alimenta le speranze. Accentuate dallo sguardo più benevolo che oggi i cittadini statunitensi riservano a Cuba. Secondo un sondaggio della Gallup il 48 per cento degli americani è favorevole al negoziato (otto punti in più rispetto all’anno scorso) e il 56 per cento vorrebbe eliminare l’embargo.
Già si vocifera di una visita ufficiale di Raúl Castro negli Stati Uniti il giorno successivo alla nomina degli ambasciatori. Mentre anche con la Ue si riducono le distanze: sono ripresi i colloqui per il ripristino dei rapporti interrotti nel 2003. E François Hollande ha annunciato per maggio la prima visita all’Avana di un capo di Stato francese. Sulla scia la fantasia galoppa: Cuba (11 milioni di abitanti) che ha un’economia asfittica, salari da fame (in media venti dollari al mese), un Pil che l’anno scorso è cresciuto solo dell’1,4 per cento, sarà riammessa ai prestiti del Fondo Monetario da cui fu espulsa nel 1964. E mutuando il modello vietnamita che non ha rinnegato il marxismo diventerà la nuova Panama. Sullo sfondo si intravede un processo di americanizzazione che solleverà l’economia dal pantano e toglierà all’isola il fascino sia pur decrepito della diversità. Ma è robusto anche l’esercito degli scettici, per i quali non cambierà nulla. Almeno fino a quando non sarà varata una riforma seria dei salari. Sui tempi brevi a beneficiare del nuovo corso saranno i soliti: chi lavora nel turismo ed è a contatto con il dio dollaro e chi riceve rimesse dagli Usa. In controtendenza rispetto al mood dominante, dal 17 dicembre sono triplicati i viaggi clandestini dei balseros verso gli Stati Uniti.

INDIETRO NON SI TORNA

La più prosaica realtà è che Washington e L’Avana sono impelagate in una complicata partita a scacchi dove l’aspirazione di Obama a introdurre nell’isola le aperture democratiche cozza contro la riluttanza dei dinosauri del regime (hanno annunciato che abdicheranno solo nel 2018), decisi a difendere la bussola ideologica del socialismo e il controllo statale dell’economia. Il disgelo, al momento, ha prodotto misure significative ma non radicali: libertà di accesso all’isola per alcune compagnie aeree americane, per le navi da crociera e per i tour operator; facoltà per i turisti yankee di importare negli Stati Uniti rum e tabacco per complessivi 400 dollari; possibilità per gli emigrati di aumentare il tetto delle rimesse da 500 a 2 mila dollari ogni tre mesi; attivazione da marzo della carta di credito Mastercard. «Siamo agli inizi, però il cambio è una realtà», taglia corto Alfredo Sosa Bravo, pittore di fama internazionale. «Ormai il processo è irreversibile». «No, non è un fenomeno di facciata», concorda Marco, un ballerino che gestisce il Caffè degli Artisti in un angolo di tendenza dell’Avana vecchia. «Oggi è più facile fare affari. Indietro non si torna». La semplificazione dei contatti commerciali dovrebbe venire accelerata dalla prossima missione esplorativa di imprenditori Usa organizzata dal governatore di New York Andrew Cuomo. Ma nel rimescolamento delle regole già si profilano battaglie legali per lo sfruttamento dei prodotti cubani più rinomati: la Bacardi vuole recuperare dai francesi della Pernod Ricard la leadership nella produzione del rum e una zuffa in tribunale si sta scatenando fra i pretendenti alla titolarità dei sigari Cohiba. Intanto resiste l’embargo che sui muri viene ancora definito come “il più grande olocausto della storia”. I repubblicani, maggioranza al Congresso statunitense, sono pronti alle barricate contro l’inclinazione di Obama a liberarsi anche di questo rottame del Novecento.

NELLE MANI DI DUE DONNE

Sono due donne le protagoniste del confronto avviato il 21 gennaio all’Avana e proseguito poi a Washington che, con la benedizione della Chiesa (fondamentale il ruolo di Papa Francesco nel processo di avvicinamento), dovrebbe sfociare nella ripresa ufficiale delle relazioni diplomatiche forse in coincidenza con la prima presenza in 21 anni di Cuba al Vertice delle Americhe (10 e 11 aprile a Panama). Sul fronte cubano è in prima fila Josefina Vidal, direttrice generale del Ministero degli Esteri per i rapporti con gli Usa. Su quello americano Roberta Jacobson, vicesegretario di Stato con delega per l’America Latina. Funzionarie agguerrite. Che conoscono nei dettagli la tormentata storia fra i due Paesi. Dalla dottrina Monroe, che nel 1898 in nome della supremazia americana spinse Washington a liberare Cuba dal dominio coloniale spagnolo, all’emendamento Platt, che dopo l’indipendenza cubana regolò per 30 anni le relazioni fra i due Paesi. Dal sostegno dato dagli Stati Uniti negli anni Cinquanta al regime agonizzante di Fulgencio Batista alla fallita invasione nel ’61 della Baia dei Porci da parte di mercenari addestrati dalla Cia. Dall’embargo del ’62 alla crisi dei missili dello stesso anno disinnescata da John Kennedy. Dal 1° gennaio ’59, il giorno del trionfo della rivoluzione, Cuba è sempre stata una spina nel fianco degli Stati Uniti che hanno conservato nell’isola l’enclave militare di Guantanamo rivendicata da Raúl anche nell’attuale negoziato.
La Vidal ha alle spalle un rapporto controverso con gli Stati Uniti. La sua carriera comincia nei servizi segreti. Entra al Ministero degli Esteri nell’81 e nel ’99 viene inviata a Washington insieme con il marito José Anselmo Lopez Perera come primi segretari della sezione di interessi cubani. Vengono entrambi espulsi nel 2003 con l’accusa di spionaggio. Dal 2012, quando partono le trattative segrete, torna più volte negli Stati Uniti alla testa della delegazione cubana. Contestata per i trascorsi da due segretari di Stato, prima Hillary Clinton e poi John Kerry, e vista come fumo negli occhi dai repubblicani che hanno tentato a più riprese di negarle il visto. È una negoziatrice determinata, che sottolinea ad ogni passaggio la sovranità del suo Paese e rifiuta di allargare la trattativa all’ipotesi di elezioni pluripartitiche e di annacquamento dei valori socialisti. Se il negoziato avrà successo, è la candidata naturale alla carica di ambasciatore negli Usa.
La Jacobson è stata assunta al Dipartimento di Stato nell’86. Ha fatto carriera sotto l’ala protettrice di Arturo Valenzuela, suo predecessore nell’ufficio in cui si curano i dossier dell’America Latina. È stata vice-ambasciatrice in Perù all’inizio del 2000. Boicottata dalle alte sfere della diplomazia di carriera, ma appoggiata dall’allora segretario di Stato Madeleine Albright. In seguito difesa anche da Hillary Clinton che intervenne alla festa di un suo compleanno tenuta (segno del destino) all’Havana Café di Cartagena. Anche la Jacobson sa mostrarsi spigolosa. A scanso di equivoci, ha già ricevuto più volte i dissidenti cubani che le chiedono di impegnarsi nella rivendicazione dei diritti civili e, alla vigilia del secondo round di colloqui, ha duramente criticato la repressione degli oppositori. Lo scoglio principale rimane la permanenza o l’uscita di Cuba dai Paesi che sostengono il terrorismo.
Le alte sfere del partito e i circoli intellettuali sono compattamente schierati a favore di una svolta che appare come una via obbligata. Cuba ha sempre avuto bisogno di una stampella. L’Unione Sovietica fino al crollo del comunismo. Poi il Venezuela di Hugo Chávez, che dava petrolio in cambio di personale medico, ma che con Nicolas Maduro è oggi in agonia. Gli Stati Uniti, che non hanno mai cessato di essere uno specchio almeno sul piano del costume, possono ora garantire quelle condizioni di sviluppo che la “revolución” non è mai riuscita a innescare. «Ma il processo in corso», sostiene Gloria Leon Rojas, che insegna storia all’università dell’Avana, «è forse più conveniente per gli Stati Uniti che temono gli appetiti verso Cuba sviluppati negli ultimi anni da Russia e Cina. A Washington c’è stata sempre una corrente pro-cubana fin dai tempi di Kennedy. Oggi lo spazio per una crescita della libera imprenditoria è stato creato. C’è la prospettiva di discreti affari. Semmai il rischio è un altro. Gli americani prima o poi saranno tentati di promuovere la democrazia. O almeno la socialdemocrazia. Ma debbono stare molto attenti. Quando metti i piedi nel piatto rischi di creare solo il caos, come è avvenuto in Iraq».

SOCIALISMO SOSTENIBILE

L’argine posto dal regime in un estremo sforzo di autoconservazione è racchiuso nella formula del “socialismo sostenibile”. Dialogo sì, ma senza svendere né valori ideologici né conquiste sociali. «Raúl ha fatto scelte innovative», dice Vando Martinelli, intellettuale italiano vicino alla famiglia Castro, «ma mai senza consultarsi con Fidel che anche dopo le dimissioni rimane il padre della rivoluzione». Sondaggi americani hanno rivelato in passato che se a Cuba fossero state introdotte libere elezioni il vincitore sarebbe stato il líder máximo. La sua popolarità rimane intatta fra i vecchi militanti. «È l’uomo della vita», inneggia il cineasta Miguel Dinarte, rivoluzionario e leggenda della cultura che vive in una sorta di fattoria-museo confinante con Punto Cero (la residenza di Fidel). «È il patriota che ha fatto diventare ricca Cuba. Perché per noi non vale il danaro ma l’essere umano. Gli americani saranno rispettati. Ma solo se non dimenticheranno che ognuno è padrone in casa propria».
Negli ultimi mesi si è speculato molto sulla salute di Fidel, 88 anni, che da tempo era scomparso dalla scena pubblica. In gennaio i circoli anticastristi di Miami l’hanno dato una volta di più per morto. In realtà era affetto da una bronchite. Le due figlie di Raúl (83 anni) hanno confidato durante una cena che Fidel non si era pronunciato dopo il disgelo sia per ordine del medico sia per non togliere la scena al fratello. Nelle settimane successive ha ospitato il teologo della liberazione Frei Betto a cui ha espresso la sua grande ammirazione per Papa Francesco. Ha ricevuto il capo della gioventù comunista a cui ha impartito una lezione di marxismo-leninismo. E infine ha incontrato i cinque “eroi” liberati dagli Stati Uniti dopo l’accordo. Ma soprattutto ha preso cautamente le distanze dall’accordo con gli Usa, specificando in una lunga lettera inviata a “Granma” (il quotidiano del partito) che sulla svolta non ci sono le sue impronte digitali: «Non ho fiducia nella politica degli Stati Uniti. Non ho scambiato una parola con loro, senza che questo significhi un rifiuto a una soluzione pacifica dei conflitti». Di seguito la difesa un po’ fredda dell’operato del fratello: «Il presidente ha fatto i passi pertinenti d’accordo con le prerogative e le facoltà concessegli dall’Assemblea Nazionale e dal partito comunista». L’opinione corrente è che, ancora una volta, i fratelli camuffino il processo decisionale dietro le cortine di un gioco di ruolo. Raúl è il poliziotto buono. Fidel quello cattivo.

L’ORA DEI CINQUANTENNI

Come finirà lo si comincerà a intuire forse fra tre anni. Quando al vertice dovrebbe salire la generazione dei cinquantenni che non ha fatto la rivoluzione. Il passaggio preliminare avverrà al Congresso del Partito Comunista nel 2016. Che fisserà i criteri di una nuova legge elettorale un po’ più democratica. Con il presidente forse non più nominato dal Consiglio di Stato ma scelto dal popolo con voto segreto in una lista però sempre stilata dal Comitato Centrale. Il favorito alla massima carica resta il 55enne Miguel Diaz Canel, vice di Raúl. Un ingegnere dal profilo basso e dallo spirito pragmatico. Le sue quotazioni sembravano in ribasso. Ora appare in risalita. Forse perché ha sempre favorito il dialogo con gli Stati Uniti. Senza sbilanciarsi. L’orizzonte deve rimanere socialista. A Washington si può al massimo concedere lo zuccherino del “sostenibile”. Ma in modica quantità o in dosi ancora pesanti?

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