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News dal Mondo

Cristo si è fermato al Brennero: le storie dei migranti bloccati al confine

Articolo di Paolo Di Paolo

I muri fanno più rumore quando cadono. Vengono su, invece, senza frastuono, con lentezza. Reti metalliche, cavi, tubi sono stesi là, nel cantiere sull’autostrada, inoffensivi – qualcosa come un’avvisaglia o una minaccia.
Il progetto austriaco prevede 370 metri di confine visibile e un imbuto più stretto per le auto che viaggiano da sud. Quanto 
al confine invisibile, c’è già. Di fatto, anche il muro.
Sull’Eurocity 86 diretto da Verona a Monaco, condivido 
lo scompartimento con due somali. Nonno e nipote, scopro quando un’insolita coppia – poliziotto italiano e controllore austriaco – chiede i documenti. Non a me. Faccio per mostrare il passaporto. No, non lei, signore. L’austriaco 
fa un gesto quasi stizzito. I due somali – il ventenne 
e il suo nonno giovane – hanno i biglietti, non i documenti. “Where are you going? Munich”. Per turismo, aggiungono. Niente. Ultima fermata Bolzano. Li fanno scendere. Sembra una cosa impossibile, mi aveva detto – prima di salire sul treno, a Verona – una signora di Milano che da anni vive in Germania. Impossibile che facciano un muro tra l’Italia e l’Austria, no? Sì, impossibile. Non lo faranno mai. Alla stazione di Bressanone chiedono di nuovo i documenti. Non a tutti. Scendo a Brennero, e scendono con me – scortati da due poliziotti – quattro o cinque migranti. Uno di loro – quello con la carnagione più chiara – sa qualche parola in italiano, sorride a un poliziotto, fa per accarezzargli la schiena. Lo perdo di vista, me lo ritrovo che bussa con forza alla porta del bagno pubblico, mi fa segno di uscire, brusco. Si chiude dentro. Gli altri, intanto, vengono accompagnati in caserma. Provano a identificarli, lasciano a ciascuno un verbale 
che dice «la persona in oggetto generalizzata è invitata 
a presentarsi presso l’ufficio immigrazione del comune di Lodi» entro una settimana. «Non presentandosi nel termine stabilito sarà soggetta alla sanzione amministrativa 
del pagamento di una somma da euro 154 a euro 516».
Ebrima D., nato a Bakau, Gambia, il 5 settembre 1997, 
mi mostra il foglio con un’espressione che non decifro. Rassegnata no: rabbiosa, forse. Lo dice un minuto dopo, spiegando al cameraman di un telegiornale che non ha voglia di essere ripreso. I’m angry, sono arrabbiato. Arrabbiato con l’Italia: se avessi saputo che era così, non sarei mai partito. Io e il fotografo proviamo a spiegargli 
che l’Italia non c’entra, non in questo, che c’è un confine con un’altra nazione, e che al momento è impossibile andare di là. Perché? domanda lui. Lasciatemi vivere. 
Il viaggio lo ha fatto con suo fratello più grande di uno o due anni – il passaggio da Tripoli, il viaggio verso la Sicilia, in centocinquanta sul barcone, sette mesi a Lodi. Vuole raggiungere uno zio a Monaco, dice “my uncle” e gli occhi diventano lucidi. Qual è adesso il tuo piano? Scuote la testa, resta in silenzio. Poi dice: provo a prendere un altro treno. Ma la polizia fa la ronda, gli agenti si allontanano fra un treno e l’altro, si piantano lì a ogni arrivo e partenza.
Fa freddo. Ebrima e suo fratello hanno indosso solo una felpa. Tentiamo di convincerli a passare la notte nel piccolo centro di accoglienza a Brennero. Non vogliono saperne. Noi dobbiamo arrivare a Monaco, ripetono. L’ultimo treno per Innsbruck parte fra un’ora, staziona al binario tronco con le porte aperte. Provate a salire, a nascondervi, gli dico. Salgono, si chiudono in un bagno. Niente. La polizia torna, controlla, li fa scendere prima che il treno si muova. Lasciatemi vivere.La calma irreale di Brennero non sembra scossa da questo ininterrotto viavai di forze dell’ordine. Polizia, carabinieri, esercito. Solcano a passi lunghi i trecento metri fra la stazione e la caserma, nascondono male il fastidio per giornalisti e fotografi. Il momento storico che viviamo 
non è dei migliori, ci dice un carabiniere – così, dal niente, come se questo pensiero persistente fosse balzato fuori dalla sua bocca, quasi contro la sua volontà.
Il momento storico che viviamo si manifesta a Brennero in questo paradosso dei migranti “sospesi”, respinti in Italia da mano italiana. Purché non passino il confine, mi spiega un volontario, va bene tutto: possono prendere qualunque treno che li riporti indietro, a Verona, a Milano, a Roma, magari anche senza biglietto, ma non devono toccare il suolo austriaco. 
E d’altra parte, come raggiungerlo? A piedi?
Thierry E., ivoriano, trentun anni, viaggia con la sua ragazza, ventiquattrenne, al quarto mese di gravidanza. Indossa una tuta e ha per bagagli due sacche di plastica. Vorrebbe sapere come raggiungere Innsbruck. Pensa che sia in territorio italiano. È in Austria, è a trentasei chilometri 
da qui. Sì, sarebbe disposto a proseguire a piedi, ma la sua ragazza è incinta, e ha una tosse terribile. Non vorrebbe comunque fermarsi. Lei sta sempre un passo indietro, chiusa in un silenzio che interrompe all’improvviso, bruscamente. Precisa qualcosa, restando rigida, serissima. Poi di colpo cede alla stanchezza, si piega sulle gambe, scoppia a piangere. È lei però che alla fine convince Thierry 
a cambiare senso di marcia, a prendere un treno della sera per Verona – non c’è altro da fare.

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